Immersione sul relitto del Veniero
di Pierluigi Negri
L'articolo e le foto sono stati pubblicati sulla rivista Mondo Sommerso nel 2004.
PORTO PALO di Capo Passero: estrema punta sud della Sicilia, una porta sul Mediterraneo più vicina all'equatore del Nord Africa.
Qui i colori sono veramente intensi, le mezze tinte non hanno spazio. Il blu intenso del mare contrasta col bianco delle spiagge e il grigio delle scogliere, interrotte dal verde dei fichi d'india e dal viola dei fiori di cappero. Il sole, che brucia la pelle dei pescatori, dà un sapore particolare agli ortaggi, che rappresentano la maggior risorsa economica del luogo.
Siamo nel regno del "Pachino", il tipico pomodoro a forma di ciliegia che cresce a grappoli , dal dolce e caratteristico sapore. Le serre oramai hanno sostituito le tonnare, e il territorio intorno ai paesi di Pachino e Porto Palo è profondamente cambiato.
In questo angolo di mondo, poco conosciuto dal turismo di massa, si può trascorrere una piacevole vacanza immersi nella natura e nella storia, Greci e Fenici hanno lasciato i segni profondi della loro presenza.
Anche gli appassionati della subacquea possono fare vacanze straordinarie: in questo tratto di costa vi sono numerosi relitti che offrono al sub una parte dei loro segreti. Uno di questi è il relitto del sommergibile "SEBASTIANO VENIERO" sul quale ho avuto il privilegio di fare una indimenticabile immersione.
Il sommergibile costruito nel 1919 è stato accidentalmente speronato da una nave cisterna nel 1925, durante un'esercitazione nel canale di Sicilia. Le condizioni meteo sfavorevoli e il fatto che il sommergibile navigasse a quota periscopica hanno fatto sì che a bordo della nave cisterna non si accorgessero dell'incidente: infatti, sul libro di bordo, il colpo avvertito venne descritto come un generico "colpo di mare". Il Veniero colpito affondò all'istante, trascinando con sé i 48 uomini dell'equipaggio, senza nessuno scampo.
Dopo due giorni e dopo la rivista navale e aerea organizzata dal Regime, la Marina Militare, non vedendo tornare il sommergibile, iniziò le ricerche senza alcun esito. Gli idrovolanti che trovarono chiazze di nafta e il fatto che la chiglia della nave cisterna fosse danneggiata, fecero intuire il dramma, ma del relitto non si trovò nessuna traccia, i mezzi tecnologici di allora erano molto limitati e molto diversi da quelli odierni.
Solo nel 1990 Enzo Maiorca durante una immersione, informato anche dai pescatori locali che impigliavano spesso le loro reti, trova il relitto e ne pubblicizza la scoperta. Il relitto giace a circa 4 miglia di fronte a Porto Palo, su un fondale di 55 metri.
L'immersione, data la profondità, richiede una certa esperienza, ma se le condizioni di visibilità e di assenza di corrente sono buone (come nel mio caso), è veramente eccezionale.
Piero e Chiara , gestori del Diving "Il Paguro" di Marzamemi, sono due ragazzi in gamba e non hanno avuto alcuna difficoltà a portarci precisi sul relitto.
Sistemata la videocamera e l'attrezzatura di immersione, mi tuffo con i miei compagni e scendo nel blu, seguendo la cima del pedagno sistemato appositamente. L'acqua è molto limpida fino verso i 35/40 metri, poi si fa leggermente più nebbiosa. Verso i 45 metri ecco comparire come un fantasma la sagoma allungata del Veniero. La visibilità è di circa 8/10 metri; noto subito il cannoncino di poppa, che ancora intatto, sembra voler minacciare un nemico che non esiste più.
L'intera struttura è completamente ricoperta da incrostazioni, alghe e spugne, sembra quasi che il mare abbia voluto rivestire questo corpo estraneo come un organismo vivente fa con i corpi estranei che penetrano in lui. Vedo la torretta con il boccaporto aperto e quello che resta del periscopio.
Dopo la scoperta di Maiorca, la Marina Militare ha provveduto a chiudere i boccaporti con griglie saldate, per impedire, oltre al rischio di incidenti sub, la profanazione di quella che è ritenuta una tomba militare: all'interno infatti riposano ancora i resti dei 48 marinai dell'equipaggio. Tuttavia gli aitanti sub locali hanno prontamente provveduto alla rimozione delle griglie, riaprendo la via agli spericolati cacciatori di souvenir.
Il boccaporto della torretta è largo 60/70 cm e pensare di entrare in quelle condizioni è veramente rischioso. Mi affaccio e illumino la scaletta metallica che porta in basso nel fangoso ventre del sommergibile, la prudenza ha il sopravvento sulla curiosità, e i segreti custoditi dal relitto, per quanto mi riguarda, rimangono tali.
Cerco di immaginare quei drammatici momenti in cui i poveri marinai sono passati dalla routine di tutti i giorni, all'improvviso inferno di una cascata d'acqua che, dopo aver allagato tutti i locali, ha trasformato il Veniero nella loro definitiva tomba in fondo al mare. Nuvole di pesci, anthias, castagnole, saraghi volteggiano sulle strutture incrostate. Le lamiere superficiali corrose dello scafo, lasciano vedere le complesse strutture sottostanti: un intrigo di tubi, cavi e lamiere. Dopo aver girato intorno alla prua, avvolta da numerose reti, ritorno al centro, e mi dirigo verso la poppa dove un altro intrico di reti copre parzialmente i timoni di profondità e l'elica di sinistra. Quella di destra invece fa bella mostra di sé, e con le sue tre pale quasi tonde sembra l'elica di un giocattolo, ben diversa da quelle degli attuali sommergibili.
Il tempo ormai è scaduto, 15 minuti di incanto sono volati (sarà stata l'emozione o la narcosi?), è ora di risalire, tardare ancora vorrebbe dire esporsi ad una decompressione molto lunga, e anche se la scorta di aria rimasta me lo permetterebbe, non mi va di modificare il piano di immersione programmato. La lenta risalita fa piano piano scomparire l'immagine del Veniero sotto di noi come la dissolvenza di un vecchio film.
Rimangono i ricordi, ma anche le immagini di un filmato che farà rivivere, almeno parzialmente, la stessa avventura agli amici appassionati.
Pierluigi Negri